Gig economy, l’appello dei lavoratori: “I dati ci appartengono, vogliamo la portabilità”

Di Patrizia Licata per corrierecomunicazioni.it del 05/04/2018

Le valutazioni online di chi presta servizio presso piattaforme come Uber o Upwork sono le preziose referenze che i collaboratori vogliono portare con sé nell’economia del lavoro “fluido”. Ma gli esperti avvertono: è un’arma a doppio taglio

l dibattito sui dati personali che lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica ha infiammato ruota intorno a una domanda fondamentale: a chi appartengono i dati? Il problema della ownership è il nodo anche per i lavoratori della cosiddetta gig economy, che collaborano in modo “fluido” per piattaforme come Uber o mettono il loro curriculum su siti come Upwork. Gran parte del funzionamento di queste piattaforme si basa sui dati di chi presta il suo lavoro o cerca lavoro freelance, informazioni spesso pubblicamente accessibili agli utenti finali, come il rating dell’autista di Uber, e di cui ora i lavoratori rivendicano la proprietà e il controllo, inclusa la capacità di portarli con sé se vogliono cambiare lavoro.

La gig economy è basata su prestazioni occasionali di privati. Le valutazioni e la reputazione che i collaboratori di aziende come Uber e Airbnb si costruiscono sono il loro patrimonio, le “referenze”, come ha indicato in un commento il Financial Times. Occorre tempo per costruirsi un rating basato sulla qualità del lavoro svolto e che è garanzia di nuovo lavoro. Il problema, evidenziato anche da sindacati e studiosi, è che al momento per i gig workers non è possibile portarsi i rating con sé se vanno a lavorare su una piattaforma diversa: devono ricostruirsi la valutazione da capo. Ciò si deve proprio all’irrisolta questione della ownership dei dati, che è della piattaforma, non del lavoratore.

La proprietà dei dati darebbe al lavoratore della gig economy più potere. Se la piattaforma con cui collabora non lo soddisfa più (per esempio chiede commissioni troppo elevate) diventa più facile e veloce cambiare. Le piattaforme si troverebbero a competere per i collaboratori e migliorerebbero le condizioni con cui premiano chi lavora per loro. Tuttavia, gli esperti amminiscono che i rating online non possono essere considerati l’unica fonte di valutazione di un lavoratore: vanno presi con una buona dose di scetticismo, a protezione contro le discriminazioni e facendo la tara della cosiddetta “reputation inflation”, secondo cui le stesse piattaforme della gig economy tendono a dare valutazioni eccessivamente generose dei loro collaboratori.

La General Data Protection Regulation (Gdpr) dell’Ue, che entrerà in vigore il 25 maggio, prevede il concetto di “portabilità dei dati” per i consumatori e la portabilità dei rating sarà una buona notizia per i lavoratori della gig economy. Ma con il caveat che quelli sono i rating di Internet e funzionano un po’ come le valutazioni dei ristoranti, col rischio che i dati siano incompleti o contengano un pregiudizio.