Di chi sono i miei dati? La guerra della privacy

Di Danilo Taino per corriere.it del 03/04/2018

La vicenda Facebook-Cambridge Analytica sta facendo vacillare il modello di business di Mark Zuckerberg & C. Alla base, lo scontro per il controllo dei profili personali Per i quali non esistono prezzo e mercato. Sono beni pubblici o proprietà privata?

Non è certo però una transazione di mercato: più un baratto squilibrato. La crisi scoppiata sul caso Facebook-Cambridge Analytica ha svelato questa situazione instabile, da tempo conosciuta, ma finora lasciata correre. Non solo sta scuotendo le basi dei modelli di business dei social network, quello guidato da Mark Zuckerberg ma anche gli altri. Sta ponendo il problema di chi sia il diritto di proprietà di quei dati, di chi li possa usare. E, prima ancora, dal punto di vista teorico e giuridico, chiede di stabilire che tipo di animale siano questi dati personali. Oggi succede che noi produciamo un bene, i nostri dati personali messi in rete, e di questo bene si appropria un’entità diversa da noi. Grazie alle capacità tecnologiche di quest’ultima. Si tratta di un processo nuovo, diverso dalle realtà conosciute sulla base delle quali un bene (l’informazione è tale) o è pubblico, e quindi regolato o nazionalizzato dallo Stato, o è privato, e quindi suscettibile di essere scambiato sul mercato. Detto meglio: dei nostri dati personali si appropria in modo privatistico qualcuno senza passare da uno scambio economico. Da un punto di vista generale, i dati privati potranno essere riportati ad uno dei modelli tradizionali. Un modo tutto sommato poco complicato — proposto da alcuni politici — è quello di considerarli un bene pubblico, una commodity. E quindi di regolarli come tali. Soprattutto, tassarli: questi politici ritengono che lo Stato possa essere il rappresentante dei cittadini e quindi abbia il diritto di impossessarsi di queste proprietà private a loro nome, attraverso la tassazione.

Non sembra una soluzione favorevole ai cittadini. E nemmeno molto elegante. Un modo diverso, opposto, sarebbe quello di dare la proprietà e il controllo dei profili personali a ciascuno di noi. In modo che possiamo usarli come crediamo: tenendoli privati oppure vendendoli a società che li sanno usare, le stesse Over the Top o concorrenti. Si creerebbe un mercato e i dati avrebbero un prezzo. Qui la difficoltà è sia tecnica sia economico-politica. La proliferazione dei dati raccolti è enorme: avviene ogni volta che facciamo una ricerca su Google, mandiamo un messaggio via web, paghiamo con una carta di credito, inoltriamo una telefonata. E cresce in misura esponenziale ogni giorno. Tecnologie per privatizzare su basi individuali i dati personali sono allo studio: ad esempio l’uso di blockchain integrate da sistemi crittografati. Ma si va verso operazioni per nulla semplici. Questa strada, in sé la più liberale in quanto ribadisce i diritti di proprietà, non è però solo complicata dal punto di vista tecnologico. Rischierebbe di minare alla base i modelli di business dei giganti della Silicon Valley e con essi depotenziare piattaforme di straordinaria utilità per i cittadini di tutto il mondo. La questione è aperta. Deve essere discussa. Sapendo però che sulla soluzione ci sarà scontro: in gioco ci sono denaro ed enorme potere.