Facebook e la mamma al volante

Di Danilo Taino per corriere.it del 29/03/2018

Finora, chi frequentava i social network in genere si interessava poco della propria privacy e dell’uso del proprio profilo; ora non più. Siamo probabilmente entrati in una nuova era, il caso Cambridge Analytica è lo spartiacque

La testimone d’accusa contro Mark Zuckerberg è una mamma della Pennsylvania che non ha mai votato, guida una Ford ed è preoccupata della cura dei figli. Il team digitale di Donald Trump l’ha individuata, durante la campagna per le presidenziali del 2016, ha capito che era l’elettrice potenziale pronta per essere conquistata e le ha inviato messaggi praticamente personalizzati. Tutto sulla base dei dati che Cambridge Analytica aveva estratto dal serbatoio dei profili degli utenti di Facebook. Elezioni vinte: forse grazie a quei non moltissimi ma decisivi voti. Zuckerberg, che fino a poco tempo fa pare ambisse alla Casa Bianca, avrebbe potuto fare anche di meglio con il Big Data nella pancia della sua società.

Le sue ambizioni politiche dovranno attendere: la crisi di Facebook esplosa proprio sul caso di Cambridge Analytica sta rovesciando il suo mondo. Non solo la società è sotto una pressione enorme per come gestisce e (non) protegge le informazioni sui suoi utenti. Pare che stia succedendo qualcosa di più profondo: finora, chi frequentava i social network in genere si interessava poco della propria privacy e dell’uso del proprio profilo; ora non più. Siamo probabilmente entrati in una nuova era, il caso Cambridge Analytica è lo spartiacque. Già nei mesi scorsi, un sondaggio di Cb Insights ha rilevato che il 59% degli americani ritiene che tra dieci anni diremo che Facebook ha fatto più male che bene al mondo.

Un’altra analisi, di un’agenzia pubblicitaria di Boston, ha scoperto che, negli Stati Uniti, il 34% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato, per le ragioni più diverse, i social network a cui partecipava. Ora, le preoccupazioni sulla privacy accelereranno la reazione alla marea montante della condivisione digitale degli anni scorsi.

Il fatto è che siamo in un territorio del tutto nuovo, nel quale lo status stesso dei dati privati esce dagli schemi del passato: è un affare dei singoli, o dei governi, o delle società che li immagazzinano e li usano? In altri termini: si può crearne un mercato nel quale ognuno di noi del proprio profilo ha la proprietà oppure il Big Data è una materia prima e come tale va regolata? Su questo ci sarà uno scontro di lunga durata.

Il valore commerciale dei profili personali — età, sesso, abitudini, gusti, frequentazioni, orientamenti, storia, immagini — è enorme. E, come testimoniano le madri della Pennsylvania, grande è anche la sua utilità politica. Chi ne è proprietario? Non è un problema solo di Facebook ma di ogni società che ha almeno un lato digitale del proprio business. Al momento, la tendenza dei governi e dell’Unione europea è quella di introdurre norme a protezione della privacy. Passo importante, se eseguito con misura, ma che non va al cuore della questione, quella della proprietà e del diritto di uso dei dati personali.

Una tendenza in alcuni ambienti politici è quella di fare pagare alle società che utilizzano i nostri profili una tassa. In questa impostazione, la web tax in discussione in Italia e in Europa avrebbe anche la funzione di fare dello Stato il «rappresentante» dei cittadini nel rapporto con i cosiddetti Over the Top (Facebook, Google, Apple, Amazon, Netflix eccetera). Il frutto dei nostri dati personali non sarebbe più lasciato a loro ma se ne approprierebbe, via tassazione, lo Stato. I nostri profili diventerebbero un bene pubblico. L’approccio opposto, forse più accettabile per chi raccoglie e utilizza i dati privati e di certo più favorevole ai cittadini, sarebbe quello di dare agli utenti il controllo dei loro profili. Potrebbero accettare di lasciarli gratuitamente a Facebook & C. in cambio della libera partecipazione ai loro network, come di fatto avviene un po’ surrettiziamente oggi. Potrebbero trasferirli, con scambio di denaro, da una piattaforma a un’altra. Potrebbe crearsi un mercato dei dati personali.

Si tratterà di fare scelte politiche e di arrivare a stabilire qualcosa che oggi non è chiaro nemmeno dal punto di vista giuridico: che tipo di merce sono i dati privati. Sarà un conflitto su chi avrà diritto di appropriarsene. Facebook, Google e tutte le imprese che su di essi hanno fondato le loro fortune sono di fronte alla necessità di muoversi prima che siano i governi a intervenire: il loro modello di business sta vacillando. Mister Zuckerberg ha qualcosa da spiegare alle mamme al volante di una Ford.