NetNeutrality e Costituzione Italiana

Se le generazioni nate senza il digitale fossero in grado di comprendere cosa ha comportato a livello socio-economico la cancellazione della Net Neutrality nel Paese che ha creato la rete internet  ed ha diffuso nel globo  i  calcolatori, probabilmente oggi saremmo di fronte ad una sollevazione popolare su scala globale.

Purtroppo il gap culturale tra la generazione dei nati prima di internet e dei nati (o cresciuti) con un computer tra le mani è talmente macroscopico da non consentire alcun tipo di ribellione e, in ultima analisi, si tramuta in una condanna perpetrata al danno di tante, troppe, future generazioni.

L’1% a cui il movimento Occupy Wall Street si è riferito dalla sua creazione ha messo prepotentemente le mani sul futuro dell’umanità senza che la stessa sia stata in grado, neppure, di rendersene pienamente conto.

In cosa consiste la Net Neutrality?

La “neutralità della rete” è l’internet come è nella nostra odierna percezione.

Tutte le informazioni, tutti i pacchetti di dati da quelli multimediali a quelli testuali, qualunque esse siano, vengono veicolate attraverso delle reti che garantiscono, a qualunque servizio si trovi sul web, la stessa velocità.

La nostra generazione sarà complice della fine di questo processo al quale siamo stati abituati dai primi personal computer connessi con modem 56k, perchè non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo. (art. 40 c2 c.p.)

E’ un evento aberrante che riporta socialmente, politicamente ed economicamente il mondo alle condizioni prerivoluzionarie (rivoluzione francese ndr).

Si realizzera’  un progetto di controllo e dominio totale da parte di una sparuta serie di individui che avranno il potere economico o fattuale di possedere le reti attraverso le quali si veicolano i dati internet.

La generazione dei nostri padri ha votato in massa e non osteggia i soggetti che hanno l’intenzione di applicare tali categorie ad un mondo che negli ultimi 200 anni ha basato le proprie estrinsecazioni su concetti di eguaglianza sociale.

La fine della net neutrality comporta, nel lungo ed anche lunghissimo periodo, la fine di concetti filosofico teologici che hanno condotto il mondo dal concetto di nobilità per sangue al concetto di Stato come emanazione di un patto sociale tra simili che si regolano tra loro riconoscendosi uguali.

La Federal Communications Commission, che potremmo brevemente definire come “l’Agcom statunitense”, ha votato la misura che modificherà le regole a cui  devono attenersi i provider di internet per rendere più veloce o meno veloce l’accesso ai servizi web secondo un criterio di natura economica.

Sempificando, se oggi Netflix e Youtube godono della stessa velocità di connessione, dal 14 dicembre pagheranno i provider americani  per differenziarsi nella velocità a cui viene fornita la connessione.

Tale principio può essere ostico da comprendere perchè internet, da quando è nato, è stato sottoposto a degli aumenti di velocità dinamici che corrispondevano ad un progresso tecnologico in costante aumento.

Con la fine della neutralità della rete, invece, le velocità verranno differenziate dai provider, i fornitori di servizi come Telecom o Fastweb, per gli OTT, over the top, ovvero i grandi aggregatori di contenuti multimediali e non, come Facebook, Netflix, Amazon ecc.  e saranno i contenuti a pagamento ad avere la meglio.

Il flusso dei dati e dei file su internet sarà deciso dalla contrattazione tra questi soggetti, con eventuale aumento dei costi caricato sull’utente finale e con il risultato, in termini sociologici e considerando il lungo periodo, di un monopolio inattaccabile per quelli che oggi sono considerati i Big.

Senza la net neutrality far nascere un nuovo Facebook o un nuovo Netflix è materialmente impossibile.

Chi avrà la liquidità per comprare una corsia preferenziale per consentire ai propri utenti di fruire velocemente dei propri servizi continuerà ad esistere e la concorrenza, che sino ad oggi era considera 1-click-away, ovvero a portata di click, sarà invece rallentata come conseguenza degli accordi intercorsi tra i fornitori della rete e i fornitori di servizi.

Fare impresa, su internet, con la fine della NetNeutrality, richiederà capitali immensi che il solo spirito innovativo non potrà compensare.

L’idea nata sul web muore nel 2017 per far spazio ai grandi monopoli di provider e over the top.

In Italia, già da qualche anno, ci si muove su un fronte completamente opposto.

La proposta viene da Stefano Rodotà, ex garante della privacy, ed è in discussione nella Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati.

Riguarda una nuova norma che si inserirebbe subito dopo l’art. 21, che sancisce la libertà di stampa:

Art. 21-bis. Tutti hanno eguale diritto di accedere alla Rete Internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.

La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire le violazioni di cui al Titolo I parte I.

Internet  viene quindi concepito come spazio pubblico, potenziale strumento di democrazia partecipata  nel quale i contenuti devono essere fruibili a tutti, come normale espansione di un diritto naturale, che deriva proprio dall’art 21 della Costituzione.

Al “diritto” per i cittadini dovrà quindi corrispondere quindi l’obbligo per lo Stato di garantire la banda larga, diminuire il digital divide, il gap che separa le generazioni alfabetizzate informaticamente e non, e garantire che la netneutrality, almeno in territorio italiano venga preservata per consentire al popolo di inventori e navigatori (web) di continuare ad inondare il mondo delle loro idee senza dover essere soggetti ad assurde logiche di un mercato rivolto in favore esclusivamente di provider e big del web.